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CBAM, le fonderie a rischio paralisi. Assofond: «Servono correttivi urgenti o rischiamo stop produttivo»
materie prime transizione ecologica
03/02/2026

L’incertezza sui prezzi delle materie prime colpite dal meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere ha gettato i mercati nel caos: vendite bloccate e rischio shortage soprattutto per le fonderie di ghisa

Milano, 3 febbraio 2026 – Il settore delle fonderie è a un passo dal blocco produttivo. L’entrata in vigore definitiva del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), avvenuta lo scorso 1° gennaio, ha innescato una fase di estrema criticità che va oltre il semplice aumento dei costi: l’incertezza normativa sta paralizzando le transazioni commerciali, mettendo a rischio la continuità operativa di filiere strategiche per l’industria italiana ed europea.
È questo l’allarme lanciato da Assofond, l’associazione di Confindustria che rappresenta le fonderie italiane, al Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, durante il tavolo di confronto tenutosi al MIMIT con le principali industrie energivore.

Il caos sui mercati: un’emergenza immediata soprattutto per la ghisa

Prima ancora dei problemi strutturali generati dal meccanismo, a preoccupare le fonderie è la paralisi degli acquisti di materie prime soggette a CBAM come ghisa in pani, ferroleghe, alluminio grezzo. Il prezzo di questi input produttivi fondamentali per il settore è infatti al momento impossibile da quantificare, dato che dipenderà dal valore dei certificati CBAM, che saranno certi solo nel momento in cui gli importatori potranno procedere all'acquisto dei certificati stessi (cioè a partire da febbraio 2027). Questa situazione senza precedenti ha generato il caos, coinvolgendo soprattutto le fonderie di ghisa: fornitori e acquirenti non sono al momento in grado di fissare un prezzo, condizione che sta determinando un blocco delle vendite e un concreto rischio di shortage di materiali.

La trappola strutturale e il "buco" dei codici doganali

Oltre al blocco operativo, il settore denuncia un grave difetto di progettazione del meccanismo. Le fonderie europee pagano dazi ambientali sugli input (ghisa, ferroleghe, alluminio grezzo), subendo rincari fino al 35%, ma la maggior parte dei loro prodotti finiti non gode di alcuna protezione equivalente.
«Il problema è tecnico ma le conseguenze sono devastanti – spiega Fabio Zanardi, presidente di Assofond. Le nostre materie prime non vengono prodotte in Europa, se non in quantità assolutamente insufficienti a soddisfare la domanda interna. Siamo quindi costretti a importarle dall’estero a costi crescenti. I nostri concorrenti extraeuropei, invece, possono utilizzare materie prime locali o acquistarle a basso costo dalla Russia (cosa che noi non possiamo fare a causa delle sanzioni), produrre il getto in loco e importarlo in Ue senza pagare alcun dazio: ciò è reso possibile dal fatto che quasi tutti i codici doganali che identificano le fusioni non sono ricompresi nel CBAM. È un chiaro incentivo alla delocalizzazione». Per sanare questa distorsione, Assofond e la European Foundry Federation (EFF) hanno individuato oltre 35 codici doganali specifici (che coprono sia fusioni di metalli ferrosi sia non ferrosi) per i quali richiedono l’urgente inclusione nel meccanismo.

Un settore strategico sotto pressione

Il comparto arriva alla piena operatività del CBAM in una fase di estrema fragilità, segnata dal calo della domanda nei principali settori clienti e dai ripetuti shock sistemici degli ultimi anni: dalla pandemia alla crisi energetica, dalle disruption delle catene di fornitura fino a dazi e sanzioni internazionali che hanno drasticamente ridotto le opzioni di approvvigionamento. In questo contesto, il CBAM non rappresenta un semplice aumento di costo da assorbire, ma una distorsione strutturale che rischia di rendere non sostenibile la prosecuzione dell’attività per molte imprese, con effetti diretti su marginalità, occupazione e tenuta dell’intera filiera italiana della fonderia.

Le richieste al Governo e all’Europa: estensione del periodo transitorio e nuovi codici

Per evitare una deindustrializzazione irreversibile dell’Italia e dell’Europa, Assofond ha chiesto supporto al MIMIT: «Chiediamo al Governo di farsi portavoce in Europa di due istanze indifferibili – conclude Zanardi. Da un lato, estendere il periodo transitorio conclusosi il 31 dicembre scorso al biennio 2026-2027, trasformandolo in un "periodo di valutazione" per stabilizzare i prezzi e scongiurare lo stop produttivo. Dall'altro, è essenziale allargare il perimetro CBAM ai codici doganali a valle che abbiamo identificato. Senza questa correzione, il meccanismo così come è impostato ora non proteggerà l'ambiente, ma distruggerà solo l'industria europea più virtuosa a vantaggio di quella extra-UE più inquinante».