Il presidente di Assofond Fabio Zanardi: «L'Ue, e di conseguenza l'Italia, paga ancora una volta la sua fragilità energetica»
«Ancora una volta le imprese europee si trovano a pagare il conto di una crisi internazionale, come è accaduto con la guerra in Ucraina e con gli atti di pirateria nello stretto di Aden. Un conto che si misura in caro-energia, rischi di nuove strozzature degli approvvigionamenti di petrolio, carburanti e gas, speculazioni su materie prime strategiche per la nostra industria.
Prima dell'inizio del conflitto, il gas naturale viaggiava intorno ai 31 euro al megawattora. Oggi sfiora i 60 euro. E, come ben sappiamo, questa fiammata si ripercuoterà sull’energia elettrica, dato che il sistema del prezzo marginale fa sì che tutta l'energia - inclusa quella rinnovabile - venga pagata al prezzo dell'offerta più cara: un meccanismo del quale denunciamo le storture fin dalla crisi energetica del 2021 ma che, a distanza di cinque anni, non si è ancora avuto il coraggio di cambiare.
Purtroppo, ancora una volta, l’Unione europea, e di conseguenza l’Italia, non sembrano avere gli strumenti adeguati a contenere queste ricadute o prevenire le minacce. Manca una strategia che preveda un “Piano B”, fatto di supply chain alternative, politiche energetiche adeguate a garantire forniture certe e a prezzi accessibili e accordi durevoli con altri mercati. Queste dovrebbero essere le vere priorità su cui concentrarsi in un contesto geopolitico come quello che stiamo vivendo, anziché continuare a escogitare complessi strumenti di autotassazione come il CBAM.
Se è vero che siamo di fronte a un nuovo ordine mondiale, le istituzioni comunitarie e nazionali devono assumersi la responsabilità di definirne l’identità anche a beneficio dei soggetti economici che, da sempre, garantiscono prosperità e sviluppo al nostro continente. La politica estera e la politica industriale devono andare di pari passo».
Così Fabio Zanardi, presidente di Assofond, l’associazione di Confindustria che rappresenta le fonderie italiane, esprime la sua preoccupazione in merito alla crisi iraniana e alle sue conseguenze sul mercato globale dell’energia.