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Ainhoa Ondarzabal (EFF): "Senza fonderie non c’è autonomia strategica"
fonderie europa e mondo eff
21/04/2026

In un’intervista al magazine spagnolo Empresa XXI, la segretaria generale di EFF Ainhoa Ondarzabal analizza le sfide del settore fusorio europeo tra costi energetici, domanda debole e concorrenza globale

La fonderia europea si trova oggi ad affrontare una fase particolarmente complessa, segnata da una combinazione di fattori che mettono sotto pressione la competitività dell’intero comparto. Dai costi energetici elevati alla crescente concorrenza internazionale, fino al rallentamento della domanda industriale, il settore è chiamato a confrontarsi con una vera e propria “tempesta perfetta”.

In questo contesto si inserisce l’intervista ad Ainhoa Ondarzabal, segretaria generale della European Foundry Federation (EFF), pubblicata dal magazine spagnolo Empresa XXI, che offre un’analisi approfondita delle criticità strutturali e delle prospettive future della fonderia in Europa.

Di seguito proponiamo la traduzione integrale dell’intervista, disponibile in lingua originale sul sito di Empresa XXI a questo link.


Senza fonderie non c’è autonomia strategica

Alti costi energetici, concorrenza sleale, oneri normativi e crollo della domanda sono alcune delle sfide che il settore sta affrontando secondo la segretaria generale di EFF, Ainhoa Ondarzabal, che si rammarica del fatto che questa industria, “indispensabile” per le catene del valore, “non riceva sempre la visibilità che merita nel dibattito politico europeo”.

Quale rappresentanza esprime la European Foundry Federation (EFF)?
Riunisce 22 associazioni nazionali di fonderia in Europa. Nel complesso, il settore conta oltre 2.330 fonderie attive che danno lavoro diretto a circa 138.000 persone e generano un fatturato complessivo superiore a 31 miliardi di euro. Il 70% sono PMI a carattere familiare. Ma al di là dei numeri, ciò che è davvero rilevante è il ruolo strategico del settore. La fonderia è l’anello invisibile ma imprescindibile di praticamente tutte le catene del valore industriali europee. Fornisce quasi tutti i settori che definiranno il futuro dell’Europa. Senza fonderie non c’è transizione energetica né autonomia strategica, ma ci troviamo di fronte a un’industria che, nonostante il suo carattere strategico, non riceve sempre la visibilità che merita nel dibattito politico europeo.

Il settore sta vivendo anni difficili…
Il 2024 è stato senza dubbio uno degli anni più difficili degli ultimi decenni e, in una prospettiva più ampia, tra il 2019 e il 2024 la produzione europea di fonderia si è ridotta di circa il 25%, con un calo dell’occupazione del 32%. Per quanto riguarda il 2025, l’Indice di Sentimento dell’Industria della Fonderia, elaborato da EFF, si è mantenuto sotto quota 100 per tutto l’anno, indicando contrazione o debolezza. Ha chiuso dicembre a 95,8 ed è leggermente sceso a 95,5 a gennaio di quest’anno. Il settore non ha ancora trovato un livello stabile e il denominatore comune è la combinazione di domanda debole, costi energetici elevati, forte pressione normativa e crescente aumento delle importazioni asiatiche. Questa convergenza di fattori negativi rende la situazione attuale non un semplice ciclo, ma qualcosa di strutturalmente diverso.

Quali sono le principali sfide che il settore affronta in Europa? Coincidono con quelle del settore basco?
Ci troviamo di fronte a una “tempesta perfetta”: cinque pressioni convergenti che, prese singolarmente, sarebbero gestibili, ma che insieme sono diventate esistenziali per molte imprese. Primo, la crisi dei costi energetici. Secondo, la concorrenza sleale delle importazioni. Terzo, il carico normativo cumulativo. Quarto, un calendario di transizione verde non realistico: la capacità di rete per i forni elettrici (15–21 MW) non sarà disponibile in molte aree prima del 2030–2036. Quinto, il crollo della domanda e il congelamento degli investimenti: il rallentamento dell’automotive, i ritardi nell’elettrificazione e il blocco degli investimenti industriali riducono volumi e ricavi. I clienti rinviano gli ordini e le fonderie affrontano una crescente mancanza di visibilità. A tutto ciò si aggiunge una sfida trasversale: attrarre e trattenere talenti. Le fonderie basche non sono immuni: costi energetici, pressione delle importazioni e carico normativo le colpiscono come il resto del settore europeo.

La competitività del settore, e quindi dell’Europa, è a rischio?
Chiaramente sì. Non si tratta di un rischio teorico o futuro: è una realtà già in atto. Le chiusure di fonderie stanno già avvenendo. Gli investimenti si fermano o vengono dirottati fuori dall’Europa. Alle condizioni attuali, l’Europa sta diventando l’opzione più difficile per produrre a livello globale. Circa 100 fonderie ferrose hanno chiuso nel 2024 nel continente. Perdere competitività nella fonderia non significa perdere solo un settore, ma capacità industriale europea in ambiti strategici. Le nostre fonderie producono componenti critici per automotive, eolico, difesa, macchinari industriali e ferrovia. Se questa capacità viene meno, l’Europa diventa dipendente da fornitori esterni per componenti critici: una situazione incompatibile con l’autonomia strategica.

Parlava della crisi dei costi energetici. L’UE può fare di più per ridurli?
Assolutamente sì, e con urgenza. L’energia è il principale svantaggio competitivo dell’industria europea: i prezzi sono tra 2 e 3 volte più alti rispetto a Cina, India o Stati Uniti. Per le fonderie è insostenibile. Serve un prezzo dell’elettricità industriale realmente competitivo, ma con tre condizioni fondamentali: che sia accessibile a tutto il settore, non solo alle grandi imprese; che comporti un reale alleggerimento dei costi, non marginale; e che non sia una misura temporanea, perché per giustificare investimenti serve prevedibilità a lungo termine. Inoltre, va affrontato un problema infrastrutturale: molte fonderie che vorrebbero elettrificare i processi non hanno connessioni di rete sufficienti. Fissare obiettivi di decarbonizzazione senza infrastrutture adeguate è inutile. Un prezzo del carbonio più alto non sostituisce infrastrutture inesistenti.

Sulla sovraccapacità dei Paesi terzi, quali strumenti andrebbero adottati?
È una questione prioritaria per EFF. La sovraccapacità, soprattutto asiatica, non è un fenomeno di mercato naturale, ma il risultato di politiche industriali aggressive con forte sostegno statale che distorcono la concorrenza globale. Inoltre, i dazi statunitensi stanno deviando questi surplus verso il mercato europeo. Serve una risposta su più fronti: strumenti di difesa commerciale più rapidi ed efficaci (le procedure antidumping e antisovvenzione sono spesso troppo lente), inclusione esplicita delle fonderie nel Piano d’Azione per Acciaio e Metalli e nella nuova regolazione sulla sovraccapacità.

Cos’altro chiedete alle istituzioni europee?
L’inserimento di clausole di “contenuto europeo” negli appalti pubblici e nei progetti finanziati con fondi UE è una richiesta centrale. L’“Industrial Accelerator Act” sarà uno strumento strategico. Inoltre, l’Europa deve applicare con più decisione il principio di reciprocità: non può restare il mercato più aperto mentre altri proteggono le proprie industrie. Il CBAM rappresenta oggi una minaccia significativa: presenta asimmetrie che penalizzano le fonderie europee senza prevenire realmente la rilocalizzazione delle emissioni. Deve diventare uno strumento di protezione, non una fonte di oneri aggiuntivi.

Sul dumping, cosa proponete?
Occorre rafforzare il monitoraggio del mercato con sistemi di allerta precoce e rendere più rapidi i procedimenti antidumping. È essenziale applicare rigorosamente il calcolo del valore normale, soprattutto per economie non di mercato. Inoltre, la dimensione diplomatica è cruciale: il dumping va affrontato anche in via preventiva attraverso relazioni commerciali bilaterali. Tuttavia, la difesa commerciale da sola non basta: deve far parte di un mix che includa energia competitiva, contenuto europeo e una regolazione proporzionata. E gli strumenti UE devono includere esplicitamente le fonderie.

Come incide l’eccesso di regolazione, soprattutto ambientale?
Le fonderie europee non sono contrarie alla regolazione ambientale: operano già secondo gli standard più elevati e sono intrinsecamente circolari. Il problema è l’effetto cumulativo senza supporto. ETS, CBAM, REACH, Direttiva sulle emissioni industriali, obblighi di rendicontazione: ciascuna misura è giustificabile, ma insieme soffocano PMI con margini EBITDA del 3,5%. Impongono costi e investimenti che i concorrenti non hanno. Questi costi non possono essere trasferiti ai clienti senza perdere contratti, né gli investimenti sono sostenibili nelle attuali condizioni di mercato.

Qual è la situazione in materia di innovazione?
L’innovazione è un punto di forza: digitalizzazione, simulazione, manifattura additiva, nuove leghe, efficienza energetica e automazione. Tuttavia, gli investimenti sono disomogenei: le grandi aziende guidano, mentre le PMI faticano a causa dei margini ridotti.

Quali sono le prospettive a breve termine?
L’inizio del 2026 non è incoraggiante. L’attività industriale europea resta debole e la domanda non riparte. Dopo un anno di calo continuo, la resilienza è limitata. A pesare sono anche l’incertezza geopolitica e commerciale e la riorganizzazione delle catene globali del valore.

Non si intravedono segnali positivi?
Le opportunità esistono. La difesa europea può generare nuova domanda, così come gli investimenti in eolico, idrogeno e reti elettriche. L’ingegneria civile dovrebbe crescere nel 2026 grazie agli investimenti in infrastrutture. La reindustrializzazione europea passa inevitabilmente da una base solida di fonderia. EFF si è rafforzata per affrontare questa fase, aumentando la propria presenza a Bruxelles e lavorando sui principali dossier UE. Il settore ha un futuro, ma dipende da scelte politiche concrete: energia competitiva, regolazione proporzionata, protezione dalla concorrenza sleale e sostegno reale agli investimenti industriali.